Un po’ di storia

I testi relativi alla storia del territorio e al patrimonio storico – artistico sono tratti liberamente dal volume “Marano di Valpolicella” a cura di Pierpaolo Brugnoli e Gianmaria Varanini, 1999.

  • La storia antica

    La valle di Marano, così come tutta la Valpolicella, è sempre stata intensamente abitata, grazie al suo clima mite e alla presenza diffusa di sorgenti d’acqua. Non esistono tracce della presenza umana prima dell’età del Bronzo, ma la Grotta di Fumane, frequentata a partire da circa 100.000 anni fa, si trova a qualche centinaio di metri dal confine comunale.

    Tracce consistenti dell’età del Bronzo sono state rinvenute nell’area soprastante i cosiddetti Covoli di Marano e sul Monte Castelon, dove però i ritrovamenti più importanti si riferiscono all’ultima età del Ferro e all’epoca romana e riguardano una importante struttura di culto (ancora in corso di scavo) che vede al livello più basso un rogo votivo retico o arusnate (con ritrovamenti di anelli e di altri materiali databili dal V al III a. C.), a cui si è sovrapposto un tempio repubblicano (II-I a.C.) con interessanti resti di affreschi di primo stile e un secolo più tardi, in età augustea, un tempio dedicato a Minerva, da cui provengono molte iscrizioni votive su pietra.

    In epoca romana la Valpolicella ebbe uno straordinario sviluppo dovuto in gran parte alla produzione del vino e all’estrazione e alla lavorazione della pietra. Negli ampi fondovalle o appena appoggiate ai primi pendii sorsero grandi ville (resti e tracce sono stati rinvenuti a Villa di Negrar, ad Ambrosan fra San Pietro e Fumane, a Sant’Ambrogio), composte da una ricca abitazione signorile affiancata da una complessa struttura rustica, attrezzata per la conservazione e la trasformazione dei prodotti agricoli. Probabilmente queste ville e le campagne circostanti erano affidate a un consistente numero di schiavi, che col tempo e con la crisi del mondo romano, si sono spesso affrancati e, anche per sfuggire le minacce di ricorrenti invasioni, si spostarono sempre più a monte e formarono i primi nuclei abitati, diventati poi le contrade e i paesi di oggi.

  • Il Medioevo

    Molto scarse, per non dire inesistenti le testimonianze relative all’alto medioevo: in un diploma del re Berengario I datato 905, presso la pieve di San Floriano, sono citate due località della valle, Fasanara e Canzago. Nello stesso periodo sono citati anche Gnirega, Arzila (Cadiloi), Borago, Paerno e Oliveto (Pozzo). Subito dopo il 1000 abbiamo vicus Malini, Maregnago e quindi Moropio, Ravazzol, Coggi e Soveiago. Nasce in questo periodo quell’insediamento sparso per cui Valgatara non è un sito preciso, ma l’insieme di più contrade distinte; la stessa cosa vale in parte per Marano.

    Valgatara e Marano sono citate nell’elenco delle ville (nel senso di villaggi con una certa autonomia, praticamente dei comuni rurali) soggette al Comune di Verona del 1184.

    Più tarde le citazioni relative ai due castelli: quello di Valgatara, collocato nell’attuale località di Castel, intorno a cui è possibile vedere qualche resto delle fratte, opere di difesa, sulle scarpate. Più complessa la storia del castello di Marano, documentato già a partire dall’inizio del XII, assume molta importanza nella seconda parte del secolo successivo, tanto da avere ben quattro soldati di guardia.

    In questo periodo sono già attestate diverse chiese tuttora esistenti e tutte dipendenti dalla Pieve di San Floriano: a Valgatara la chiesa sei Santi Fermo e Rustico (diventata parrocchiale solo nel 1797, dopo tre secoli di dispute con l’arciprete di san Floriano), a Pozzo la chiesa di Santo Stefano (ribattezzata San Marco dopo i restauri del XVI); a Marano la chiesa di San Pietro, parrocchia dal 1450 circa da cui dipendono Sant’Eustachio di Prognol e San Giorgio di Purano e il santuario di Santa Maria Valverde, in cui già nel XVI è presente la Confraternita della Beata Maria Vergine.

    Nel XIII alcuni esponenti dei catari processati a Verona sono ricordati come originari di Valgatara.

    A partire dal 1311 Federico della Scala, nominato conte della Valpolicella, avvia la costruzione di un nuovo castello, ma i lavori saranno interrotti e quanto costruito sarà distrutto nel 1326, in seguito alla condanna all’esilio di Federico per la sua partecipazione alla congiura contro Cangrande della Scala.

    Tra le famiglie locali più in vista si deve ricordare quella dei Da Marano, schierati con i San Bonifacio nelle lotte comunali veronesi del XIII: nel 1439 Iacopo da Marano, vicario della Valpolicella aiutò i veneziani nella riconquista di Verona e forse della castello della Chiusa.

    Già con gli Scaligeri la Valpolicella viene retta da un vicario, scelto dai rappresentanti della Valle, fra una terna di nobili indicati dal Comune di Verona e affiancato da un Sindaco, eletto direttamente dai massari (oggi si direbbe sindaci) dei Comuni.

  • L'età veneziana

    Al termine della Signoria scaligera, dopo la parentesi viscontea, a partire dal 1404 la Valpolicella entra a far della Repubblica Veneta, dopo aver acquistato qualche merito negli scontri militari, appoggiando gli eserciti della Serenissima. La stessa cosa accade poco più di 30 anni dopo nel 1439 e le due prove di fedeltà sono alla base di una serie di “privilegi” fiscali che dureranno fino alla caduta di Venezia.

    Il periodo di pace favorisce l’espansione della proprietà cittadina nelle campagne e in particolare nella Valpolicella, dove, grazie anche al clima e alla vicinanza con la città, molte famiglie nobiliari o mercantili, consolidano o ingrandiscono le loro tenute, tentano di dotarle di irrigazione e di un edificio residenziale dignitoso: nascono le ville venete, architetture monumentali circondate da giardino e da un campo, detto brolo, chiuso tutt’intorno da un alto muro e coltivato a frutteto e a primizie.

    Nella valle di Marano, a causa della diffusa frammentazione della proprietà fondiaria, accanto al modello della villa veneta si afferma quello della corte rurale, con un palazzo di abitazione, utilizzato nella bella stagione dai proprietari, di solito commercianti veronesi, e quindi a più riprese restaurato e ingrandito, attorniato da annessi rustici; il tutto chiuso da un alto muro in cui si apre un portale d’ingresso ad arco.

    In tutto il XVI si ripetono frequenti epidemie, ma la più grave è quella del 1630, ricordata da Manzoni nei I Promessi Sposi: nel giro di pochi mesi (dal 1630 al 1631) il Comune di Marano scende da 715 a 303 abitanti, quello di Valgatara da 530 a 195. La ripresa demografica ed economica è già molto evidente alla fine del XVII: nascono o si ingrandiscono gli insediamenti della zona alta, mentre l’introduzione del mais e dell’allevamento del baco da seta garantiscono un’ulteriore benessere a tutta la campagna e questo nonostante la crisi economica che interessa soprattutto i commerci e tutte le città della Serenissima.

  • Gli ultimi due secoli

    Con la prima campagna napoleonica (1796-97) finisce la Repubblica Veneta e si introducono importanti novità nella vita politica del territorio: dopo un primo tentativo di aggregare Valgatara a Fumane e Marano a Breonio (che allora comprendeva anche Sant’Anna d’Alfaedo), si uniscono i due Comuni di Valgatara e Marano in un solo Comune di Marano, dove è collocato il capoluogo perché allora più popoloso e più centrale nella valle.

    Intorno al 1814, verso la fine della dominazione napoleonica, si verifica uno scontro tra francesi e contadini di Marano, nei pressi di Pianaura, documentato da una strofa di una canzone, ma di cui finora non si è saputo nient’altro.

    Col Congresso di Vienna inizia il periodo di dominazione austriaca (fino al 1866) non certo felice per i contadini: un nuovo modello di mezzadria al posto dei vecchi affitti perpetui, una serie di annate storte aggravano le condizioni di vita di molte famiglie. Inizia un’emigrazione stagionale nel centro Europa, mentre una ripresa dell’agricoltura si avrà solo a metà secolo con l’incremento dell’allevamento bovino. Intanto però cresce rapidamente la popolazione e, nonostante la messa a coltura di nuovi terreni attraverso la costruzione di marogne, non c’è abbastanza lavoro per tutti e, a partire dalla seconda metà del secolo, sempre più contadini, a volte intere famiglie, emigrano soprattutto in America. Non mancano però iniziative di sostegno all’economia e ai bisogni della popolazione. Grazie all’opera dei parroci del tempo nascono due Casse Rurali, una a Valgatara e una a Marano.

    Col Regno d’Italia si incrementa anche l’istruzione pubblica, prima affidata alla buona volontà di parroci e di qualche benestante illuminato: nascono scuole, specialmente maschili, in tutte le frazioni, ma sono poco frequentate perché bambini e bambine sono impegnati in attività di sostegno alla famiglia.

    Con la prima guerra mondiale la valle di Marano è percorsa da mezzi militari che dovevano garantire i collegamenti e i rifornimenti con il fronte trentino per cui viene sistemata la strada principale nella parte alta del Comune. Molti sono stati i caduti in entrambe le guerre mondiali e i loro nomi sono riportati nei due monumenti di Valgatara e Marano.

    Nel primo dopoguerra si afferma a Marano il partito popolare, spazzato via qualche anno dopo dal fascismo, con l’invio al confino di alcuni rappresentanti. Stessa sorte toccherà ad altri esponenti antifascisti, mentre lo stesso parroco di Valgatara Don Massimino Savoia sarà messo in difficoltà da qualche fascista locale.

    Durante la seconda guerra mondiale il territorio non viene sottoposto a bombardamenti, per cui viene scelto da molte famiglie di sfollati provenienti soprattutto dalla città.

    Nel dopoguerra vengono rieletti a dirigere il Comune gli stessi rappresentanti del Partito Popolare, cacciati più di 20 anni prima dal fascismo.

    Dopo una prima fase di crisi dell’economia agraria, perché i prezzi dei prodotti agricoli non sono cresciuti come l’inflazione, provocando la fuga in città e dintorni di molte famiglie e lo spopolamento di parecchie contrade e case sparse, la ripresa avviene piuttosto lentamente prima con gli allevamenti intensivi, poi con la coltivazione del ciliegio e più tardi con la viticoltura, in un primo periodo dedicata alla produzione di Valpolicella Classico Doc, in anni più recenti per la produzione di Amarone Classico e infine di Valpolicella Ripasso Classico.

    Mentre altrove, soprattutto nei Comuni confinanti con la città di Verona, sorgevano in grande quantità e non sempre in modo razionale, nuovi insediamenti abitativi, la valle di Marano ha visto un’espansione edilizia molto contenuta, per dare una risposta in loco all’esigenze abitative dei residenti e per creare occupazione senza aggravare il pendolarismo. Il paesaggio ha perciò mantenuto le sue caratteristiche tradizionali: abitanti per lo più sparsi e a basso impatto visivo, traffico scarso, colline ben coltivate senza alterare il profilo dei vecchi terrazzamenti, presenza di alberi e di boschi.